Croce S.S. Maurizio e Lazzaro

Arciconfraternita
dei S.S. Maurizio e Lazzaro
Dal 1729 - Torino

 

Governo - Attività - Calendario - Spiritualità
Storia - Basilica - Priori - STATUTO

 
STORIA
 

 

L’Arciconfraternita dei Santi Maurizio e Lazzaro nacque, incolpevolmente, da un atto di normale prevaricazione, tipico dei regimi assolutistici settecenteschi, dall’unione dell’Arciconfraternita della Santa Croce e con quella di S. Maurizio disposta da Vittorio Amedeo II per sgravare l’Ordine Mauriziano dall’onere della gestione della sua Basilica Magistrale dopo che, con una spregiudicata azione giudiziaria, se n’era impossessato togliendola proprio alla Santa Croce. Quest’ultima Confraternita  aveva una lontanissima origine, tanto da essere designatata come il primo sodalizio di questo tipo sorto in Torino, era infatti considerata corpo morale sin da prima del 1350. Si riuniva nei tempi più antichi in una chiesa nei pressi dell’antica Porta Dorotea, che aveva lo svantaggio di essere ubicata vicino al Quartiere degli Svizzeri che con i loro tamburi disturbavano il regolare svolgimento delle funzioni e il raccoglimento dei fedeli. Così nel 1572 il Priore dell’epoca, Gabriele de Magistris, si accordò con l’Abate dell’Abbazia di S. Solutore, Monsignor Vincenzo Parpaglia, per la cessione della chiesa di San Paolo, una parrocchia povera, vacante da tempo per le sue misere condizioni, che costituiva un peso economico per l’abbazia. Le prime notizie che si hanno della chiesa di Paolo risalgono ad un documento del 1118 nel quale è indicata fra i possedimenti dell’Abbazia di San Solutore e ad un’altro del 1207 dove è menzionata quale parrocchia.
Nell’incisione della pianta di Torino contenuta nella prima edizione dell’Augusta Taurinorum del Pingone, pubblicata nel 1577 ma disegnata nel 1572 dal pittore fiammingo Joan Caracha, è indicata come la Chiesa della Santa Croce e risulta ubicata a due isolati di distanza dalle mura. Il cambio del nome, ferma restandone la collocazione, non si dovette a motivi canonici ma più semplicemente al fatto che poiché la chiesa era passata alla Confraternita della Santa Croce, pur mantenendo il titolo di San Paolo, veniva chiamata della Santa Croce.
Mette conto a questo punto sottolineare una coincidenza riguardo alle date dei soggetti che poi, nel corso del tempo, incroceranno le loro esistenze.
Infatti, mentre si svolgevano le pratiche di cessione della chiesa di San Paolo da parte dell’Abate Parpaglia, lo stesso, esperto di problemi politici e religiosi ed amico dei Papi Pio V e Gregorio XIII, trattava con essi per conto del duca Emanuele Filiberto per la restaurazione dell’Ordine di S. Maurizio fondato da Amedeo VIII nel 1434. Mons. Parpaglia, ambasciatore a Roma del Duca di Savoia dopo aver avuto l’assenso verbale da Pio V ottenne dal suo successore, con bolla del 16 settembre 1572, la concessione per la creazione di un ordine militare e religioso sotto la regola cistercense ed il titolo di S. Maurizio, al quale potessero essere ammessi i nobili o persone di preclara virtù, di cui fosse Gran Maestro il duca Emanuele Filiberto e in seguito i suoi successori.
Nel frattempo Giannotto Castiglioni, Gran Maestro dell’Ordine di S. Lazzaro aveva fatto rinuncia del titolo e dei beni dell’Ordine, assai pochi, a favore di Emanuele Filiberto. Così Mons. Parpaglia riuscì ad ottenere con una bolla datata 13 novembre 1572 che l’Ordine di S. Maurizio fosse unito a quello molto più antico e gerosolimitano di S. Lazzaro.
In merito alla fusione, era desiderio del pontefice che prevalesse il titolo della religione di S. Lazzaro, come più antica, e che nella insegna la sua croce verde biforcata avesse maggior risalto che non la bianca e trilobata di S. Maurizio che doveva costituire solo da sfondo. Cose queste che non coincidevano con il desiderio dei duchi che preferivano veder prevalere il nome e le insegne di S. Maurizio loro protettore. La cosa restò senza che fosse stata presa alcuna decisione sino a quando, quasi due secoli dopo, Vittorio Amedeo III fece disegnare uno stemma dell’Ordine nel quale  era posta in maggiore evidenza la croce mauriziana e ridotta a puro sfondo quella di S. Lazzaro.
Con il breve 15 gennaio 1573 Gregorio XIII scriveva al Duca di Savoia “… e Noi volendoti compiacere, abbiamo giudicato di dovere concedere per insegne della milizia de’ Santi Maurizio e Lazzaro, la croce verde, antica insegna de’ Cavalieri di S. Lazzaro, insieme alla croce bianca, nella guisa e nella forma che qui viene dipinta …”. Due mesi dopo il pontefice, con un altro breve assogettava alla regola di S. Agostino il nuovo ordine, lo definiva  ospedaliero e militare con i compiti di curare i lebrosi e difendere la sede apostolica.
Emanuele Filiberto, coll’editto del 3 aprile 1574, traduceva in concreto le indicazioni del pontefice affidando all’Ordine la responsabilità di: purgare i mari dai pirati, combattere i nemici del nome cristiano, esercitare l’ospitalità, curare gli infermi, nell’intento di  costituirsi una milizia nobile ed eletta che non solo per obbligo di suddita ma per voto di religione fosse devota a lui e alla dinastia.
In sostanza l’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro venne fondato nello stesso periodo in cui la Confraternita della Santa Croce acquistava la chiesa di S. Paolo da chi si stava trattando in prima persona tale fondazione, ma allora nessuno immaginava che i destini di questi due soggetti, Ordine e Confraternita si sarebbero incrociati.
Dopo tale acquisto della Confraternita provvide ad apportare qualche miglioramento alla chiesa, ad ampliare la sacrestia, a far sgomberare il letamaio adiacente all’edificio e rendere decoroso l’ambiente. Nel 1608, dopo una lunga e faticosa pratica nella quale dovette affrontare una disputa con la confraternita del Santo Spirito, che le contestava il fatto di essere la più antica confraternita della città, fu associata alla prestigiosa confraternita romana del Confalone con Bolla del Cardinale Aldobrandini e le fu concesso il titolo di Arciconfraternita che fu poi confermato con altra Bolla papale del 1623.
Il 20 giugno 1650, nella seduta del Consiglio Generale si decise di costruire nella chiesa un nuovo altare maggiore, in pietra di marmo sulla base di uno dei tre disegni fatti dall’Ing. Francesco Lanfranchi e nella successiva seduta del 4 agosto fu scelto il disegno. Il 29 settembre si precisarono le caratteristiche dell’opera che: “deve essere tuto di marmo con scalini, bardella e balaustra”. Nell’occasione si scelsero i realizzatori materiali dell’opera i signori Bernardino Casella, figlio del fu Gabriele di Garona in Val Lugano, e Stefano Loeta di Sala Val Lugano, ambedue residenti a Torino. Tratto dagli Ordinati della Confraternita della Santa Croce è interessante riportare una sorta di capitolato che definisce i materiali con cui l’altare doveva essere realizzato:
“- le pietre negre siano di marmore di Frabosa,
- le pietre bianche siano di marmore di San Martino di Pont,
- li meschij per le colonne siano di Roeda Ucchia d’ Ars,
- tutti li comisci intorciamenti, li piedi stalli, freggio e altri siano del Ronchetto del medemo Ars,
- la balaustrata, il basamento e la elimase e piedi stalli siano della medesima pietra negra di Frabosa e li balaustri del sudetto meschio d’Ars,
- il scalino della balaustrata di pietra meschia di Gassino, più li tre scalini dell’altare della medema pietra meschia di Gassino, e le bardelle di pietra di Castelnovo in Canavese,
- più li piedi stalli grandi acanto l’altare di pietra negra di Castelnovo e il comesso di meschio di Gassino;
- più tutti li rillevi cioè la cartella dell’arma della confraternita, putini, un cherubino, bassi e capitelli, un piedestallo senza il tabernacolo tutto di marmo bianco come sopra”.
Il costo dell’opera prevedeva una spesa di 1200 ducatoni, 200 dei quali dati come anticipo, altri 100 da darsi nel corso dell’anno; 300 entro la festa del Corpus Domini del 1650; 300 subito dopo la costruzione dell’altare -dopo però che esso fosse stato visionato dall’Ing. Lanfranchi e da altri esperti-, gli ultimi 300 (100 al mese) nei tre mesi successivi alla sua definitiva messa in opera. Il lavoro fu poi consegnato da Andrea e Carlo Casella, figli del nobile Bernardino, e dal maestro Franco Moggio del fu Domenico di Lugaggio della valle di Lugano in quanto Stefano Loeta nel frattempo era morto.
Nella seduta del Consiglio della Confraternita della Santa Croce del 16 gennaio 1676, il Priore, Carlo Andrea Galitiano, propose la costruzione di una nuova chiesa poiché quella esistente, non proporzionata al culto divino, era oscura ed umida e non in grado di accogliere tutti i membri del numeroso sodalizio. Informò che, in via preliminare, erano stati interpellati diversi architetti che avevano presentato i loro progetti, fra i quali era stato prescelto quello dell’ingegner Michel Angelo Morello, cui per il disegno erano state pagate 12 doppie di Savoia. Questo, con gli altri, era stato posto in visione a Madama Reale che lo aveva approvato e firmato di proprio pugno.
La proposta, che di fatto tale non era essendo stato tutto già deciso, trovò un’adesione unanime e nel corso dello stesso consiglio si raccolsero le prime offerte per la realizzazione dell’opera. I maggiori contributi furono quelli di Carlo Andrea Galitiano (50 doppie), Michel Angelo Marchisio (40 doppie), Gio. Bartolomeo Risbagno (30 doppie), Giuseppe Vernoni e Vincenzo Richetto (25 doppie). La somma raggiunta fu di 413 doppie cui si aggiunsero 1000 mattoni, offerti da Martino Leone.
Nella seduta del Consiglio del 31 dicembre 1678,  il Priore riferì di aver chiamato l’Ing. Michel Angelo Morello perché desse gli ordini per iniziare, al più presto, i lavori di costruzione della nuova chiesa.
Nell’aprile 1679 la Confraternita dispose la revoca dell’incarico al Morello che col suo comportamento non dava garanzia di portare avanti la realizzazione dell’opera e dal quale la Confraternita temeva di essere ingannata. Il successivo 6 giugno il Consiglio che, in forza della decisione presa nei confronti del Morello, aveva indetto un nuovo concorso e nominato una commissione di esperti per valutare  i progetti approvò l’operato della stessa che aveva scelto quello dell’Ing. Antonio Betino, un ingegnere di Lugano abitante a Torino, che era ritenuto “bello, buono, e ben proporzionato”. Gli altri progetti erano degli ingegneri Lanfranchi, Toseto e Rubato. Nella stessa riunione il Consiglio stabiliva di dare inizio ai lavori il successivo 29 giugno con la posa della prima pietra. La cerimonia, che fu differita al successivo primo sabato di luglio a causa delle pioggia, si svolse alla presenza di Madama Reale, di Vittorio Amedeo II, di Emanuele Filiberto principe di Carignano, dei principi e principesse presenti in città, di molti cavalieri e dame di Corte, dei confratelli e delle consorelle della Confraternita.
La lapide di marmo posta nelle fondamenta della nuova chiesa, così recita:

Taurinorum Augustae ne sua desit Augustior Helena Costantino victorias, ne Victor Amedeus invideat Maria Joanna Baptista Allobrogorum et Ciprorum Regina Triumphali Cruci per quam regem vincerunt et imperant Basilicam ampliorem antique ruinis assurgere annuit Crucis et vexilli sodales, capto omine, ducti numine, se et sua auspicatissimo operi unanimes devoverunt. MDCLXXIX 1679
La cosa curiosa è che sotto questa era stata posata un’altra lapide nella quale si trovava inciso il seguente testo:
An MDCLXXIX Die Apostolorum Princibus Petro Paulo Sacra Maria Jo Bapta auspex pientissima Primum Crucis Basilica lapide posuit

L’ architetto Vittorio F. Valletti in uno studio eseguito per conto dell’Ordine Mauriziano nel 1985 dice che: “per costruire la chiesa, la Confraternita decise di privarsi dell’Osteria dell’Uva e delle sue rendite: doveva essere infatti un complesso abbastanza articolato, con botteghe, stalle, scuderie, che con alcune case annesse rientrava tra le proprietà della parrocchia. E furono le scuderie ad essere demolite per prime nel 1678, per far posto alla nuova costruzione; nei rilievi è infatti solo indicato il luogo dove sorgeva precedentemente il complesso.
Nel gennaio dell’anno successivo, il Morello ordinava la demolizione dell’ osteria, <stante che la nova fabbrica della chiesa occuparà tutto il sito della medesima et si dovrà cominciar in tal sito per lasciar la presente chiesa in piedi per officiarla sin che si potrà cominciar ad officiar nell’altra>”.
Non si vuole qui far la storia della costruzione della chiesa, sembra tuttavia d’interesse riportare un verbale del Consiglio dell’Arciconfraternita del 1704 nel quale è descritto sinteticamente l’andamento dei lavori: “In Nome del nostro Signore Gesù Christo corrente l’ anno doppo suo nascimento mille settecento quattro et alli venti otto del mese d’aprile in Torino avanti a me [...] Apostolico et alla presenza deli Sig.ri Curato Gio.Domenico Ganolio et vice Curato Manfredo Bertolino Verti.
Ad ognuno sia manifesto che sopra l’anno mille sei cento settanove per diversi ordinati, mediante il beneplacito di Monsignor Archivescovo siasi stabilito dal Conseglio della Veneranda Archiconfraternita di Santa Croce e Confalone di ampliare la Chiesa, et doppo essersi fatti diversi disegni da molti Ingegnieri delli più famosi di questa Città si è per ordinato delli sei giugno detto anno accettato il disegno fatto dal Sig. Ingegniero Betino di Lugano in questa residente, da Madama Reale parafato di sua propria mano, secondo il quale il primo luglio det- to anno si è apposta la Pietra Fondamentale di d.a nuova Chiesa con intervento di M.R, S.A.R. Principi di Savoia, D. Gabriel di Savoia, tutta la Corte et Revd.mo Capitolo della Metropolitana ivi portatosi con la Croce processionalmente, et doppo fatta la fontione dal primo Canonico et Prevosto Sig. Carocio con assistenza di detto Reverd.mo Capitolo per positione di Detta Prima Fondamentale le si è datto principio con gran vigore dalli Mastri da Muro con asistenza del d.o Sig. Ingegniero Betino alla fabrica di d.a Chiesa a segno che in breve tempo si è fabricato il Coro con la Sacristia hoggidì con la stanza di sopra. Indi nell’anno mille sei cento otanta sette stabilito detto Coro et dipinta la volta di esso, et nel mille sei cento otant’otto demolito il Coro vecchio che si ritrovava sopra una volta esistente et al di sopra della porta grande di d.a Chiesa, et fatto fare le fondamenta al Campanile et aligumentate le Muraglie sovra terra per altezza di otto e più trabuchi dove si son tramutate le campane dal Campanile vecchio fattosi fabricare la Casa di [...] dalla parte della sinistra entrando in Chiesa.
Indi nell’anno 1689:1690 Priorati delli Sig.ri Carlo Antonio Testone et Francesco Antonio Fontana si son fatte metter le collone di Pietra vicino al Santa Santorum et dalla parte sinistra entrando in d.a Chiesa. Nel 1691 si son messe le Collone dalla parte destra nel secondo anno del Priorato del Sig. Auditore del Ser.mo Principe Fontana. Indi nell’ anno 1692, terzo anno della guerra in Piemonte contro la Francia nel Priorato del Sig. Francesco Maria Freijlino si è con il maggior vigore che si sia sin all’hora potuto fare, demolita tutta la fabrica della Chiesa vecchia et datasi principio dalle fondamenta del Coro in giù girando all’ intorno da un canto all’altro et fine del Santa Santorum et nel mese di maggio sino per tutto settembre, è gionta la fabrica di d.a Chiesa sino al primo Cornizone, et perfezionate tutte le otto collone di Pietra con l’ asistenza del Sig. Capo Mastro Gio. Domenico Parachia, uno degli impresari maggiori di d.a fabrica, il che ha causato molta amirazione a tutti li Cittadini, et esempio alle altre compagnie di aplicarsi ad ampliare luoro Chiese et Oratori a maggior gloria di Dio. Nel 1693 et Priorato del Sig. Gio. Francesco Giacobi si sono fatti li finestrini in forma d’ochij al di sopra delli Cornizoni del Coro per far spicare meglio la pitura della volta, fatto far li voltoni alle capelle, et finestre. Nel 1694 nel Priorato del Sig. Bartolomeo Zucheti si son fatti metter le coppe e  copponi doppij sopra li Cornizoni di d.a Chiesa al di fuori canoni di Tolle et messo l’altare di marmo della Vergine Sant.ma del Confalone del Sig. Michel Angelo Marchisio.  
Nel Priorato del Sig. Carlo Antonio Sclopis si è fatto il Tamburo della Cupola di detta Chiesa dalli primi Cornizoni a voltoni con le quatro velle in stato tale che in marmo solo la Cupola con la scalinata di pietra e pedistalli avanti la porta grande della Chiesa. Nel 1696 e Priorato del Sig. Gio. Batta Meschiatis si è fatto la Galeria dell’organo et reposto l’organo nel luogo che al presente si ritrovano. Nel 1697 e Priorato del Sig. Antonio Filberto David si è fatta la Truna sotto la Chiesa con li Pilastri al di sotto e stemito al di sopra et lapide in forma di sella in mezo, in quest’anno si mostrò il Santis.mo Sudario sendo intervenute due campagnie forastiere cioè di Carmagnola e Trino. Nel 1698 et Priorato del Sig. Gio. Paolo Colombo si è fatta la Porta grande nova della Chiesa, et per legato lasciato dal fu Giulio Baijero tutti li banchi della Chiesa, due Confessionarij, con la tella dipinta al di sopra di d.e velle e Tamburo. Nel 1699 et Priorato del Sig. Michel Antonio Moschino si è stabilita tutta la Chiesa, ingrandito li finestroni con li stucchi e colore alle Cezene, in quest’anno il Ser.mo Principe di Piemonte Vittorio Amedeo Filippo Giuseppe Primogenito di S.A.R. è nato, et per avanti il nascimento si son fatte divotioni per tutta la Città, et le Confraternite si sono ellette [...] Chiese a far novene e communioni, fra le altre quelle del Gesù, SS. Sudario, Spirito Santa, della Vergine Santissima della Consolata, et quella della Trinità a San Domenico, l’ultimo giorno delle novene e delle communioni fu il giorno dell’Inventione della Croce festa solenne della Chiesa, doppo queste fatte et al ritorno delle luoro Chiese si portarono le Compagnie in corpo processionalmente una doppo l’altra ad adorare il Santissimo Sacramento esposto in detta Chiesa dove furono dalli Confratelli nostri alla Porta accettati con sommo giubilo, et nell’ uscire d’essa Porta doppo adorato il Sant.mo Sacramento fu a cadun de’ Confratelli di d.e Compagnie datto un soneto e pane benedetto, il che non è mai seguito per il passato ne si stima puorsi seguire per l’ avenire.
Nel 1700 et Priorato del Sig. Gio. Batista Anselmetto si son fatte far le campane Grossa, et Mezzana, in quest’ anno atesa la renontia fatta della Cura dall’ hor Sig. Canonico Rolla si è stabilito [...] di tutti li officiali della Compagnia per Curato o sia Cappellano Maggiore secondo le Patenti di Roma il Sig. Gio. Domenico Gianolio. Nel 1701 et Priorato del Sig. Carlo Ludovico Ratto si è fatto fare il magior alzamento del campanile per detto Sig. Capo Mastro Paracha per altezza di quatro trabuchi e più. Nel 1702 et Priorato del Sig. Pietro Borrelletti si son fatto benedire ed esorcizzare le campane dal Mons. Ill.mo et Revd.mo Archivescovo, nella Chiesa fatto fare il castello et solaro sul Campanile di d.o maggior alzamento, indi fatto metter sovra detto castello dette campane [...].Nel 1703 et Priorato del Sig. Gio. Batista Fontana l’Eccellenza del Sig. Presidente delle Scheraine secondo sedente nella Ecc.ma Camera ha donato £. 3000 per la costruzione dell’ Altar Maggiore di marmo, qual si è deliberato al Capo Pica Pietre Gio. Angelo Giudice sotto li 28 gennaro 1703 secondo il disegno et instrutione dell’ Ingenier Antonio Bertola. Questo è stato il cinquantenaro (sic) del Sant.mo Sacramento solenizato dall’Ecc.ma Città di Torino con belissimi apparati et concorsi di moltissimi forastieri et compagnie di diversi luoghi dello stato di S.A.R. che son venuti ad adorar il Santissimo Sacramento alla Chiesa del Corpus Domini dove detta Città ha fatto la solenne festa, et a Santa Croce è venuta la Compagnia della Santa Croce di Beijnasco che si è andato dalla nostra a Porta Nova a riceverla con le trombe et altri strumenti musicali in segno di giubilo et allegrezza, accompagnata alla nostra Chiesa con belissimo ordine sendosi messo un Confratello di detta Confraternita di Beijnasco in mezo di due de’ nostri Confratelli et sucessivamente il Priore qual si è meso fra li nostri Priore e sottopriore, gionti alla Chiesa nostra li Confratelli di Beijnesco fecero luoro communione generale doppo quale la nostra Compagnia diede il [...] alli piedi di Beijnasco; indi tutti ritornati alla Chiesa asi- stettero al Vespero, qual terminato con il sudetto ordine si andò ad adorar il Sant.mo Sacramento alla sudetta Chiesa del Corpus Domini, il che fatto li Sig.ri Sindici della Città donarono a tutti un libro di sonetti col frontispizio del Miracolo del Santissimo Sacramento, e si accompagnò alla Porta Nova detti Confratelli di Beijnasco con sodisfatione d’ essi et esempio all’altre.
Nel 1704 et Priorato del Sig. Thesoriere Francesco Antonio Colomba si è fatta far la scala del fondo sino alla cima del Campanile con suoi appoggi per ascender e descender, et alli 27 aprile si è principiato a metter le Pietre di marmo del giallo di Verona, Verde di Siena, mischio di Francia, et Pietre di Gassino dell’ Altar Maggiore, già lavorate dal Pica Pietre Gio Angelo Giudice qual li ha terminato li 29 aprile pochi giorni avanti la festa di Santa Croce. In qual giorno sono state donate due belissimi aparamenti di Pianete, stolle manipoli, velli di calice, cussini, Piviali, Funicelle, Giardinette e contraltari, cioè un aparamento Rosso et altro Bianco a fiori d’oro con frange e galloni d’oro et argento di valuta considerabile, et perché doppo sette anni di pace tra S.A.R. et la Francia, son già sei mesi che si è rinovata la guerra con la Francia, perciò non si è più fatto per parte delli Confratelli benefattori alcun opera pia della Chiesa di Santa Croce, e chiuso il presente ordinato o sii ristretto e compendio predetto lasciandosi la cura alli Signori che per l’avenire e pro tempore saranno deputati dalla Compagnia di seguitar detto compendio, tempo per tempo ad perpetua rei memoria et per animar anche li Confartelli ventuti d’aplicarsi alla continuazione di perfezionar le cupole della Chiesa e Campanile a maggior gloria di Dio e decoro della Compagnia. Scazza”.
Par doveroso a questo punto citare fra i personaggi che contribuirono con le loro elargizioni all’elevazione del tempio. Di due di essi è rimasta traccia in lapidi  che sfuggono all’occhio del visitatore, che entrando in chiesa dalle porte laterali della splendida bussola di legno, volge gli occhi verso l’altar maggiore e non verso la parte più alta della parete che si trova di fronte a meno di un metro. Su di essa a notevole altezza da ambedue i lati si hanno le lapidi che recitano, quella sulla parete di destra:

MICHAELI ET SEBASTIANUS ROCCATI FRATRES
EX PIO SANCTAE CRUCIS ET FLAGELLATORUM
COLLEGIO ARGENTEOS MILLE CENTUM DUCATOS
EX QUOTIDIANAM MISSAM PERPETUO IN
AURORA CELEBRAND/M COLLIGUS ASTIPULANTIBUS
ASSIGNARUNT ANNO MDCLXIV

e quella sulla parete di sinistra, relativa ad un personaggio che fu uno dei maggiori benefattori dell’Arciconfraternita e quindi della nuova chiesa:

DOMINICUS GALLITANUS CIVIS TAURINENSIS
HUIC VIVIFICAE CRUCIS SODALITATIS
AD DUO HEBDOMADARIA SACRA
DUO PARITER ANNIVERSARIA
UNUM DIE OBITUS SUI
ALTERUM APOLLONIA CATHARINA
DE COLLIETIS SUA CONIUGIS AMATISSIMA
PERPETUO CELEBRANDA
SEPTIGENTOS AUREOS
DIRUTAE IURA DOMOS ET PRETIUM EXIGENDUM
LEGAVIT MORIENS
SODALITAS UT CONSTET, POSUIT
ANNO MDCCXXVI

Altre lapidi ricordano coloro che fecero costruire gli altari laterali, in quella che  sormonta l’altare di sinistra ed ornato dall’ arme gentilizia dei Marchisio si legge:
D.O.M./ Redemptoris vexillus associatus/ temporali felici obtinuit/ aeterna ut consequa- tur/ antesignanae matri/ sacrat/ Michael Angelus Marchisius/ Anno MDCXCV.
Merita ricordare che in un documento d’archivio si trova scritto: “Il Con.lo Priore Michel Angelo Marchisio Benefatore di S.ta Croce è morto e sepolto in S.ta Croce sotto la di lui Capella li 29 ottobre 1701 sendo stato accompagnato da duecento due confratelli tutti con candella accesa in mano vestiti con habito bianco sendosi intervenuta la musica”.
La lapide che sormonta l’altare di sinistra, fregiata dall’arme gentilizia dei Gallitiano recita:

D.O.M.
Depiarae Virgini D. Tutelarib
Quid Dominucus Galitianus vivens
Templum corde erexerat
Apollonia uxor dilectissima
coniuges hares benemerita
hanc aram ante obitum
aeterni amoris monumentum
Are proprio anno salv. MDCCXXVIII

Per la generosità dimostrata da Domenico, un ricco negoziante di ferro di Torino già Priore della Confraternita della S. Croce nel 1682, il Consiglio della compagnia decise di porre su uno dei muri della chiesa una lapide a suo ricordo “da non rimuoversi in perpetuo”, elemento che oggi tolto evidentemente dai restauratori che si sono succeduti nel tempo, ignari o dimentichi dell’impegno preso.
Entrando nella Basilica si ammirano otto belle colonne in pietra di Gassino che ne adornano i lati, previste dal progetto del Betino e costituite da dieci pezzi ciascuna. Per la loro realizzazione fu indetta una gara sulla base di un prezzo base di £. 1200 per ciascuna colonna. Inizialmente l’offerta più vantaggiosa sembrò quella del mastro da muro Carlo Ferretto, ma proprio mentre la candela che segnava il tempo di durata della gara stava per spegnersi si ebbe l’offerta del mastro Giovanni Martino Mariona che si offrì di costruirle per £. 1125. Fu quindi assegnato a quest’ ultimo il lavoro, la cosa non fu poi di semplice definizione perchè il Ferretto non ci stette a perdere la commessa e fu richiesto l’arbitrato dell’Arcivescovo di Torino.
Il già citato architetto Valletti nel suo lavoro ricorda che: “Nel giugno del 1692 si pose mano alla costruzione del nuovo campanile, per poi traferirvi le campane. E’ probabile che nel maggio dello stesso anno sia stato demolito il vecchio campanile, come risulta in un’annotazione riferita a tale periodo”.
A tal proposito, sfogliando i verbali del Consiglio, balza agli occhi quello del 4 aprile 1702 dal titolo “Benedizione delle campane da Monsignor Arcivescovo Vibò”.
Esso ricorda che nell’ottobre del 1700, mentre era Priore Giovanni Battista Anselmetto, fu commissionata al campanaro Paolo Albengo la costruzione di una nuova campana maggiore perché quella vecchia si era rotta. Allo stesso artigiano, sempre per la nuova chiesa, ne aveva commissionata, a sue spese, un’altra di minori dimensioni Michel Angelo Marchisio, un confratello di cui si parlerà ancora in seguito e che si era sobbarcato l’onere finanziario per la costruzione dell’altare laterale di sinistra. Le stesse erano state consegnate l’ anno dopo e poste in un locale attiguo alla chiesa“tanto che si facesse far il maggior alzamento del campanile” che fu portato a termine alla fine del 1701. Così all’inizio del 1702, sotto il priorato di Pietro Boreletto si era dato l’incarico a due mastri di bosco, Giacinto Bertola e a Bartolomeo Sessano, di costruire il castello di legno per sistemare le due campane, pagando agli stessi £. 400. Recita il verbale della cerimonia: “Ora conviene solo far benedire le campane dall’ Arcivescovo ... si son legate le campane, si son sospese in alto per le maniglie, si son messe le due grosse, più una di Viù ed una della Montagna di Torino propria del Sig.r Scarrone per esser anch’ esse benedette nell’ istesso tempo, ciò fatto havendo li Signori officiali della Compagnia richiesto detto Monsignor Arcivescovo Mons. Michel Antonio Vibò di portarsi nella chiesa predetta per benedire dette quattro campane a qual richiesta habbi Mons. Arcivescovo amorevolissimamente e volentieri adherito a qual effetto si è transferito in detta chiesa… ” dove alla presenza di una numerosa folla, fra cui 30 confratelli vestiti di bianco, che si erano messi in circolo accanto alle campane “ad effetto che nessuno si accostasse”, impartì la benedizione e appose un nome a ciascuna di esse, la maggiore fu chiamata Maria, quella donata dal Marchisio, Alessandra, quella di Viù, Maria Assunta e quella dello Scarrone, Antonio Michele.
Fra le successive decisioni prese dal Consiglio della Confraternita sembra di interesse quella del 2 gennaio 1703 in cui si approva l’operato del Priore che informa di essersi fatto fare dall’avvocato ed ingegnere Antonio Bertola il disegno di un altar maggiore. La gara per la costruzione del quale, indetta poco dopo, venne vinta da Gio. Angelo Giudice dello Stato di Milano, lo stesso che stava realizzando l’altar maggiore nella chiesa di S. Filippo. La spesa prevista era di £. 2780, tutta coperta dall’offerta di £. 3000, fatta l’anno prima a tale scopo, dal Presidente del Senato del Piemonte  Delle Scheraine.
La chiesa venne poi a costare molto di più di quanto i dirigenti dell’Arciconfraternita avevano ipotizzato, così per pagare i lavori, il sodalizio si spogliò gradatamente di quasi tutti i suoi beni e ciò malgrado le più volte ripetute e cospicue elargizioni dei suoi membri. Lo mostra fra l’altro il presito che dovette essere contratto per pagare i lavori per la costruzione della cupola e del cupolino nel 1722: “ ... Ad ogn’uno sia manifesto .... che avendo la M.o Ven.da Arciconfraternita di S.ta Croce, e Confalone di Torino determinato di far costruere la cupola, cupolino alla Sua chiesa, massime essendosi riconosciuto che la soffieta e trave che sostenevano la medema eran vechj e marciti e per cadere, abbi in fatti già sin dell’anno scorso fatto proceder alla fabrica di detta Cupola, ed in questo del cupolino et dovendosi ancora perfezionar intieramente d.a Cupola e trovandosi mancar il denaro per tal perfezione necessario ne sapendo come provveder a tal necessità di denaro salvo con prenderlo in prestito ... quanto sovra proposto al Conseglio di d.a M.o Ven.da Arciconfraternita venuto sotto li sette Agosto corr.e il quale per suo ordinato del d.o giorno ricevuto per il Sig.re No. et Avocato Bonavia di essa Arciconfraternita, fatte le opportune ricerche per ritrovar contanti si è ritrovato il M.o Ill.e e M.o R.do Sig.re D. Paolo Anto. Meda Prevosto di Cernenasco, il quel sijsi offerto di imprestarli livre tremilla cinque cento ...”
È da rilevare che alcuni illustri storici dell’arte attribuiscono la costruzione della cupola e del cupolino ad epoca più tarda, a quando cioé la chiesa era passata di proprietà dell’Ordine Mauriziano, ma i documenti d’archivio sopra riportati parlano chiaro, ed i lavori, anche di rilievo, effettuati successivamente a queste parti devono intendersi come dovuti a rifacimenti o consolidamenti.
Notevole per la sua bellezza l’altare laterale di destra, la cui realizzazione fu offerta da un altro generoso confratello, Domenico Gallitano, figlio del Priore che nel 1676 aveva dato il via alla costruzione della nuova chiesa, riferiscono i documenti: “... In Nome del Sig.e Nostro Gesù Christo sia corrente l’anno doppo sua Natività mille sette cento venti sette, l’indizione quinta, et alli nove del mese di febraio, et ale hore dieci di francia ossia mezzo giorno in Torino et nella stanza ordinaria del Conseglio esistente superiormente alla Sacristia di questa Chiesa Parochiale ove si suol congregare il sud.o Conseglio ordinario della Veneranda Archiconfraternita di Santa Croce, e Confallone di questa Città aventi a me Nottaio Colleg. Sott.sto et alla presenza dell’infrascritti Testimonj, astanti e richiesti, e tutti conosciuti, precedente licenza avuta dal Sig.e Curato di questa Archiconfraternita Parochia di San Paolo per essere giorno di Domenica.
Convocato e congregato il sud.o ordinario Conseglio di d.ta Archiconfraternita di Santa Croce, e Confallone di Torino ... propone il Sig. Nottaio Colleg.to Gio. Bata Bellino uno de Signori Officiali, e Confratello Procuratore degl’ interessi della med.a si come in seguito alla parlata fatta da questo Conseglio esservi terza persona qual desiderava far fare un altare di Marmore ove v’è quello di Sant’Orsola con far nuova Ancona in cui pur la medema si sarebbe compiaciuta, et havrebbe adherito di farvi metter anche d.a S.t Orsola affine di continuare anche la divotione alla d.ta Santa attese le Reliquie d’essa che si ritrovano riposte in una cassetta esistente appo la p.nte Archiconfraternita, ed attese pure le molte indulgenze concesse da molti Pontefici, etr continua divotione a d.ta Santa, et stante l’ordine verbale da questo Conseglio dato all’ Ill.mo Conte Ignazio Cassotti di Casalgrasso già Priore, et hora sotto Priore della med.a et d.o Si.e Nottaio Colleg.to Gio. Batta Bellino proponente ambi Officiali dela medema d’ esplorare la pia mente della terza persona con acordarli tutto ciò che può esser compatibile per incontare la buona volontà d’essa terza persona, et sotto l’approvatione dell’Ill.mo Sig. Ingegniero Ignazio Bertola pur Confratello così sia stata ogni cosa stabilita con essa terza persona qual si è la Sig.a Apollonia Cattarina Gallitiana, che come ben affet.ta a questa Archiconfraternita qual già si trova avere il più caro pegno d’essa Sig.ra, cioè il fu Sig.e Domenico Gallitiano suo dilettissimo Marito ivi sepolto, volendo perciò dall’attestato del suo zello, e pio desiderio d’una lascita perpetua habbi determinato di far fare detto Altare, et eregervi ivi la sepoltura per sè, e suoi eredi, e successori in perpetuo e senza che mai d.to Altare possi amoversi, come anche ogni altra cosa da farsi ivi dalla medema, e suoi suddetti e dare una recogn.za alla p.nte Archiconfraternita, e che provederà ad esso Altare d’ogni cosa, tanto per il medesimo Altare, che Sacerdotte, e per una volta tanto mediante l’obligo di manutenzione indi da assumersi dalla p.nte Archiconfraternita ... E detti Signori sovra Congregati tutti unanimi, e concordi nissuno discrepante hanno dichiarato si come la p.nte Archiconfraternita dà facoltà ad essa Sig.ra Gallitiana di puoter a sua sodisfatione far costruere l’Altare di Marmi nel vano della Capella di S.t Orsola esistente nella Chiesa della medema, e di far fare quelle altre opere che alla deta Signora le parrerà in avantagio et ornamento dell’altar sudetto, et con facoltà ancora a detta Sig.a Gallitiana di far alzar Armi di sua famiglia sovra il detto Altare, e latterali quando li volesse far costruere anche di Marmo per l’accompagnamento dell’Altare sud.to permettendo detta Archiconfraternita alla preffata Sig.a Gallitiana nel sitto di detto Alatare e latterali d’ essa Capella di S.t Orsola possa farvi apporre iscritioni, e farvi depositi per uso della medema e de Sig.ri suoi eredi, come anche accorda d.ta Archiconfraternita la sepoltura alla medema e suoi eredi al di sotto di detto Altare ove già resta sepolto il fu Sig. Domenico Gallitiano suo Marito, qual sitto, o sij sepoltura puotrà far ingrandire a suo piacere purchè non porti danno alla fabrica d’essa Chiesa per l’estensione del sitto d’essa capella con lasciar fermi li depositi già al presente esistenti, e tutto quanto sovra mediante che la medema Sig.a Gallitiana per una volta tanto dij una recognitione alla d.a Archiconfraternita di Livre quatro milla, cioè f. 1500 per la perpetua manutenzione di cui resterà caricata essa Archiconfraternita tanto per la cera, e paramenti, et ogni altra cosa necessaria affine si possi decentemente cellebrar a detta Capella, massime nei giorni di San Domenico, S.ta Appolonia, S.ta Cattarina con repositione di sei candelle d’ oncie sei caduna al d.to Altare in caduna di dette Feste alla riserva di quella della Nattività della Vergine Santissima che si repuorranno duodeci candelle della qualità sudetta concedendo pure essa Archiconfraternita alla preffatta Sig.a e suoi di puoter a spese sue, e quando così volesse far fare in qual si sia tempo sollennizar in detta Capella quelle feste che meglio da lei, e suoi successori verrà stimato ...Nel 1726 la chiesa al suo interno era completata, non era stata fatta era la facciata, mancavano i soldi, i fondi della confraternita si erano esauriti e quanto rimaneva era ormai appena sufficiente ad assicurare solo il decoroso funzionamento della chiesa.
Sotto la basilica esisteva ed esiste ancora una cripta, costituita da una cappella a forma circolare e quindi da un’unica navata. La cappella fu realizzata nel corso dei lavori della nuova chiesa mentre il resto riproduce la pianta dell’originaria chiesa di San Paolo, richieste di sepoltura in quest’area con relativi lasciti si trovano nei documenti d’archivio della Confraternita sin dall’inizio del Seicento.
Nella cripta, chiamata truna, avevano diritto di essere sepolti i membri della Confraternita, e, a seguito di un contratto col vicino ospedale dei Cavalieri che pagava la somma di 36 lire l’anno, i poveri che morivano in ospedale. In seguito quando la basilica passò nelle mani dell’Ordine potevano chiedere di esservi sepolti anche i funzionari ed i sacerdoti in servizio all’ospedale. Nella cripta si trovano 8 depositi, inizialmente distinti per sesso, ed in almeno un paio di essi furono sepolti anche i soldati caduti sulle mura durante l’assedio di Torino del 1706. Nella cappella ogni mattina alle sette si celebrava la S. Messa a suffragio delle anime di defunti.
Finita la guerra di successione di Spagna, divenuto da duca di Savoia prima re di Sicilia e poi re di Sardegna, Vittorio Amedeo II, nel 1727, diede disposizione ai marchesi di Rivarolo e di Morozzo di Brianzè, rispettivamente Gran Conservatore e Gran Cancelliere della Sacra Religione ed Ordine Militare dei Santi Maurizio e Lazzaro di individuare la chiesa che meglio si sarebbe prestata a divenire basilica magistrale e conventuale dell’Ordine.
L’anno dopo, nel corso di una riunione cui parteciparono il conte Sclarandi e l’Abate dell’Abbazia di Sangano, i due incaricati affermarono che la chiesa che meglio si prestava all’esigenza, per vastità, bellezza e vicinanza all’ospedale gestito dall’Ordine, era quella di San Paolo, amministrata dalla Confraternita della Santa Croce. Con sottili disquisizioni giuridiche il conte Sclarandi fece presente che la chiesa, nel 1572, era stata indebitamente ceduta dall’Abazia di S. Solutore alla Confraternita, perché non era stato richiesto l’assenso regio ed inoltre che il permesso perché la confraternita potesse avere la disponibilità della parrocchia, concesso a suo tempo dal Pontefice, era scaduto, in quanto aveva validità di soli 35 anni e non era stato mai rinnovato. In ordine a ciò la Confraternita non aveva titolo alla proprietà della chiesa, anzi doveva rinunciare ad ogni pretesa su di essa colla riserva di implorare che il Re tenesse presente le spese da lei fatte per miglioramenti portati all’edificio.
Il 12 marzo del 1729 una delegazione composta dall’Abate Benso di Santena, dal primo Segretario del Gran Magistero Ludovico Lanfranchi, e dai marchesi Morozzo e Meana prese possesso della basilica. Nell’occasione fu compiuta nei confronti della Confraternita della Santa Croce un’ultima delicatezza. Poiché la delegazione non doveva e non poteva ricevere le chiavi della basilica dalle mani di una Confraternita che non aveva titolo a possederla, anzi che si era indebitamente intrusa nella chiesa, queste dovevano essere lasciate nella toppa. E così fu fatto.
La politica del sovrano era però quella di non inasprire contrasti e così, presa senza spendere una lira una delle ultime chiese costruite a Torino, volle dare un corrispettivo a chi aveva speso gran parte del suo patrimonio per elevare il tempio, tenuto anche conto che numerosi erano i membri della nobiltà locale e della Corte che facevano parte della Confraternita di Santa Croce. Pertanto, Vittorio Amedeo con Bolla magistrale del 3 aprile 1729 eresse la Confraternita dei Santi Maurizio e Lazzaro, nella quale dovevano confluire gli appartenenti alle confraternite della Santa Croce e di San Maurizio. Quest’ultima fondata nel 1608 nella chiesa dei Santi Simone e Giuda in Dora Grossa e si era poi trasferita in quella di S. Eusebio che però in quegli anni veniva abbattuta per elevare quella tuttora esistente di S. Filippo Neri. Anche tale Confraternita era costituita da personaggi di una certa rilevanza ed influenza, tra cui molti membri della Corte ducale che, nel tempo, profittando di questo, avevano fatto incetta di reliquie in tutto il Piemonte, riuscendo a portare via da Borgo San Dalmazzo parte del corpo del santo dal quale il paese prendeva il nome, ed egualmente da Fossano quelle di S. Alverio e S. Sebastiano, martiri appartenenti come S. Maurizio alla legione Tebea, e a farsi cedere dalle Catacombe di S. Callisto in Roma il corpo di S. Giovenale.
La Confraternita così costituita venne subordinata all’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro e ad essa fu accordato il titolo di Regia, ma a parte i ringraziamenti di facciata per il grande onore che
veniva loro concesso per essere in qualche modo associati alla Sacra Religione, gli scontenti non furono pochi e diversi fra i membri delle due Confraternite non aderirono al nuovo sodalizio. Visto come fu fondata, mette conto dare uno sguardo agli scopi che si essa si diede, che erano nella sostanza gli stessi degli organismi da cui derivava.
Il primo era ovviamente quello di promuovere la maggior gloria di Dio, quello pratico e concreto era di gestire la chiesa e far fronte alle sue necessità di funzionamento, anche perché l’Ordine dopo essersene impossessato non intendeva spendere per mantenerla. Quindi gli oneri per il culto, la manutenzione della chiesa, e gli eventuali interventi caritativi restavano a carico del sodalizio, in compenso l’Ordine voleva la disponibilità della basilica per le sue esigenze, che in ogni caso avevano la precedenza su quelle della Confraternita. Le spese per la Confraternita trovavano allora compenso in una serie di entrate derivanti da alcune proprietà che consentivano la normale gestione della basilica sempre che fosse oculata e non si dovessero sostenere spese straordinarie per cerimonie di rilievo, quali quelle cui presiedevano gli esponenti del Gran Magistero, o effettuare interventi alle strutture della chiesa.
Riguardo agli aspetti più puramente religiosi il principale era la preghiera e l’adorazione di Nostro Signore. Fra le funzioni di maggior rilievo a questo dedicate, le 40 ore, che si svolgevano con una certa frequenza, non pochi gli appartenenti al sodalizio che avevano il compito di organizzarle ed assicurare la continua presenza dei fedeli e che erano chiamati gli assistenti per le 40 ore. Numerose le processioni e le feste per i santi le cui reliquie si conservavano e si conservano nella basilica. Fra esse le cerimonie di maggior importanza riguardavano S. Orsola (le cui reliquie, conservate nell’altare di destra erano state donate alla Confraternita della Santa Croce a metà del Seicento da una principessa d’Asburgo), ed in seguito S. Teodoro quando ne venne portato il corpo da Roma. Vi erano inoltre le processioni della Domenica delle Palme, del Corpus Domini, per la ricorrenza del beato Amedeo di Savoia, per la Natività di M. V.. L’organizzazione di queste era devoluto a confratelli e consorelle eletti annualmente direttori delle processioni. Vi erano poi fra le altre le novene: della Purificazione di Maria Vergine, di S. Francesco di Sales, dell’Addolorata, dell’Annunziata, del patrocinio di S. Giuseppe, dell’Assunzione di Maria Vergine, della Natività di Maria Vergine, dei defunti, della Concezione, del Natale, quindi l’Ottava del Corpus Domini e le cerimonie della Settimana Santa, anche per esse l’organizzazione era devoluta a direttori e direttrici delle novene eletti annualmente. Ogni venerdì del mese di marzo vi era l’esposizione della reliquia della Croce, che aveva luogo anche il Venerdì Santo e nei giorni dell’Esaltazione della Croce, dell’Invenzione della Croce, di S. Maurizio, di S. Lazzaro e del patrocinio di S. Giuseppe. Ogni seconda domenica del mese vi era  la S. Messa della Confraternita cui si partecipava con l’apposito abito, detto d’uniformità, a chi si comunicava era concessa sulla base di apposita Bolla pontificia l’indulgenza plenaria.
Altro scopo era l’assistenza ai malati del vicino ospedale, a questo compito erano designati un certo numero di confratelli e consorelle che prendevano il nome di visitatori degli infermi.
Nei limiti delle sue possibilità, una volta soddisfatti gli obblighi economici per il mantenimento della chiesa, la confraternita provvedeva ad opere di carità quali l’assistenza ai poveri e il concorso al riscatto degli schiavi che nel corso dell’Ottocento fu sostituito con la concessione di doti alle fanciulle povere.
Quanto agli aderenti all’Arciconfraternita non si deve pensare che essa essendo legata ad un Ordine religioso e militare che aveva come Gran Maestro il sovrano fosse costituita nella sua grande maggioranza da appartenenti al ceto dirigente e alla nobiltà. In essa convivevano tutti i ceti sociali. Accanto al principe Eugenio di Savoia, che ne fu membro nel 1737, ad esponenti di spicco della nobiltà piemontese, a molti degli aristocratici siciliani - che avevano seguito Amedeo II a Torino e che vi erano rimasti anche quando aveva perso l’isola- e sardi venuti in Piemonte a servire la loro nuova dinastia regnante, si trovano persone di condizione assai umile, osti al baloon, speziali, artigiani, artisti, mercanti, barbieri e financo una mendicante.
Nelle pagine precedenti sono stati visti alcuni degli episodi più significativi della vita del sodalizio che non mette qui conto ripetere, basterà ricordare che l’unione fra due sodalizi già esistenti da molti anni non fu al suo inizio cosa facile, si presentarono problemi economici, di potere e gli inevitabili contrasti dovuti a diverse abitudini. Questo comportò ad una impasse quando si dovette eleggere il primo priore, e per uscirne fu chiesto al sovrano di designarlo. Vittorio Amedeo scelse uno dei decurioni di Torino, Giacomo Berta, che non apparteneva a nessuno dei due precedenti sodalizi e nel nominarlo precisò che per il futuro doveva essere la confraternita a sceglierselo.
Nel 1734 da parte del Consiglio dell’Ordine fu emanato “Lo stabilimento della Compagnia”. Con questo documento si ribadiva in l’assoluta dipendenza della confraternita dall’Ordine, cui doveva essere sottoposta per l’approvazione qualsiasi sua decisione, e non solo per eventuali alienazioni o contratti, ma anche per ogni aspetto della vita comunitaria, quale ad esempio la scelta del predicatore quaresimale.
A partire dal 1732 l’Ordine, o Sacra Religione come allora si chiamava, facendo di necessità virtù cominciò a contribuire alle spese dell’Arciconfraternita per il mantenimento e l’abbellimento della chiesa, all’inizio fu relativamente poca cosa, parte della cera necessaria per la celebrazione di alcune funzioni, poi dal 1744 decise lo stanziamento di 1000 lire l’anno, che a parte un modesto incremento 150 lire nel 1773 tale rimase sino al 1800 e fu rivalutato solo nel 1814.
Una delle cerimonie caratteristiche della Confraternita era la processione di Pasqua, una sua descrizione, relativa a quella del 1750, recita: “Scortato dalla soldatesca procede l’Ostiario della Confraternita con Livrea Reale, bandoliera, spada ad alabarda. Due confratelli con Pastorali ed altri con Sergentini, indi il concerto di trombe e timballi succede illuminato da otto torchioni il Confalone portante da una parte la Risurrezione di Cristo, dall’altra parte i Santi Titolari e quattro cordoni sostenuti da fanciulli in vesti di angeli con torchia.
Seguono alcune coppie di Confratelli con torchie poi altro concerto di strumenti musicali da fiato la Statua della Fede con ai piedi i simboli dei quattro Evangelisti in atto di insultare all’Eresia, la quale si vede abbattuta e vinta.
Vengono dopo in apparenza di trionfo dodici Stendardi di seta rossa e bianca in ciascheduno dei quali si trova espresso qualche stromento della Passione di Cristo portati da dodici giovinetti in figura di angeli.
Segue il Corpo di scelta musica cantante la strofa “Sat funeri sat lacrimis” poscia la Macchina delle Tre Marie al Sepolcro coll’angelo assiso sopra la lapide molto illuminata ed anche circondata da sedici fanali da tre candele ciascuno.
Succede immediatamente il Sudario portato da cinque fanciulli accompagnati da altri con torcie e coppie di Confratelli e dietro loro un chierico con cotta col gran Cereo Pasquale circondato da uno stuolo di fanciulli. Poi altra musica strumentale e vocale al canto di “Hac dies quam fecit Dominus ecc ecc”.
Quasi a centro di tutta la Processione appare la Statua di Cristo gloriosamente risorto con intorno al sepolcro le guardie, alcune addormanetate, altre riscosse, ed è illuminata con il più splendido sfoggio di cera come pure preceduta e seguita da numerosi fanali a cinque candele ciascuno.
Undici sacerdoti, figura degli undici Apostoli, le tengono dietro vestiti con piviale di tela d’oro preceduti da due nobili giovanetti portanti cartelli in cui sono scritti a caratteri d’oro passi del Vangelo.
A loro tengono appresso settantadue Ecclesiastici in tunicella di tela d’oro e torcia accesa in rappresentanza dei 72 Discepoli ed accompagnati da altri giovani con cartelli a scritte allusive.
Segue l’ultimo Corpo di Musica dal quale si canta festosamente l’Antifona “Regina Coeli laetare”. Indi la Statua di Maria Vergine Gloriosa da molte candele e da dodici torchioni illuminata, seguono coppie di Confratelli, il Priore della Confraternita, il Rettore con un clero distinto tutti con torcia e gli ultimi due Pastorali con un gruppo di soldatesca dalla quale è tutta fiancheggiata l’ammirabile processione”.
Nel 1776 la Confraternita fu severamente rampognata dall’Ordine, per aver creduto lecito far predicare il quaresimale senza averne ottenuto il preventivo permesso. Le fu espressamente ribadito il divieto di compiere nel futuro tali atti d’indipendenza, ma “per tratto di clemenza le venne concesso di continuare l’incominciato quaresimale”.
Nel 1779 l’Ordine si accorse con stupore che la Confraternita non aveva adempiuto all’obbligo impostogli anni prima di costruire una nuova sacrestia “ad uso e commodo della Religione”, come recitano gli atti. Essa si dovette rapidamente dar da fare, ed a sue spese, contraendo debiti per ben 20000 lire, fece realizzare dal Feroggio la nuova infrastruttura, che è quella oggi esistente, per la quale l’Ordine provvide a fornire i mobili che l’arredano.
Reliquiario di San MaurizioNel 1787 fu stabilita la costruzione del gran baldacchino con corona reale che sovrasta la zona dell’altare maggiore. La spesa fu preventivata in 1700 lire, ed ancora una volta con inusuale prodigalità l’Ordine concorse con 1000 lire. In compenso qualche anno dopo, nel 1797, la Confraternita dovette vendere una delle poche case che ancora le rimanevano, per pagare i debiti contratti per la costruzione della sacrestia.
Nel 1788 Vittorio Amedeo III ritenne di dover dotare la Basilica di una reliquia di S. Maurizio, in effetti nella chiesa ve ne erano molte ma nessuna dei Santi cui era intitolata. Diede quindi ordine all’Arcivescovo di Torino, Mons. Gaetano Costa d’Antignano di consegnare al Rettore della Basilica una parte del braccio di S.Maurizio prendendolo dalle reliquie del Santo esistenti nella cappella della S. Sindone. Con sua dichiarazione del 12 gennaio 1788 l’Arcivescovo confermò di aver ceduto a Don Vittorio Amedeo Ricciardino Rettore della Basilica il radio del santo “lungo circa oncie 12”, rinchiuso in una custodia d’argento a forma di braccio.
Si è detto che la Basilica serviva per le cerimonie della cosiddetta Sacra Religione, fra esse quella di maggior rilievo era la consegna della Gran Croce dell’Ordine. L’ultima cerimonia di questo genere che vi si svolse, prima della definitiva occupazione francese, ebbe luogo l’11 giugno del 1800, tre giorni prima della battaglia di Marengo, nell’occasione fu insignito della Croce Agostino Platzaert, quella successiva ebbe luogo dopo la sconfitta di Napoleone nella campagna di Francia, il 21 settembre 1814, e l’insignito fu Vittorio Seyssel d’Aix.
Durante l’occupazione francese la confraternita continuò a sopravvivere, perse il titolo di regia e soprattutto i beni che in quanto considerati ecclesiastici le furono confiscati dalle autorità francesi.
Sfogliando gli antichi elenchi dei confratelli si può notare come durante il periodo francese l’insegna della confraternita cambiò, al posto dell’antico stemma che riassumeva il duplice carattere religioso e militare della Sacra Milizia di S. Maurizio, fu imposta per alcuni anni una rappresentazione dei Santi Maurizio e Lazzaro e quindi fu ripresa l’insegna della Confraternita della Santa Croce.
Nel 1815 nel bilancio del ricostituito Ordine Mauriziano fu iscritta la somma di 1100 lire a favore dell’Arciconfraternita quale contributo alle spese per la gestione della Basilica
Colla Restaurazione, per aggiornarli ai tempi, furono rivisti gli Statuti del sodalizio, che risalivano agli Stabilimenti del 1734, ed i nuovi furono pubblicati a firma di Carlo Felice nel 1827, essi furono poi modificati e snelliti nel 1861 ed ancora nel 1898.
Nel 1828 Carlo Felice fece una donazione di 10000 lire per la sostituzione dell’organo, quello della chiesa, portato dalla Confraternita di S. Maurizio nel 1729 era da anni inservibile. La realizzazione dello strumento fu affidata al Concone, organaro di Corte.
Carlo Alberto e quindi Vittorio Emanuele II, nella prima metà dell’Ottocento, provvidero a completare e abbellire la chiesa. Fra il 1834 ed il ’36 fu realizzata la facciata dall’architetto Carlo Bernardo Mosca,  negli anni cinquanta furono affrescati i pennacchi e le pareti dal Gonin, mentre R. Morgari affrescò la cupola con il trionfo della Croce e P.E. Morgari la cupola del coro con l’Assunzione della S. Vergine, riprendendo un affresco del Bianchi di fine Seicento assai rovinato. I lavori furono però finanziati dall’Ordine Mauriziano, la Confraternita non aveva più la forza economica per poter fare interventi così complessi.
Nel 1861 ci fu la definitiva spoliazione dei beni della Confraternita da parte dell’Ordine, che di fatto gli confiscò la casa che ancora possedeva in via della basilica con la motivazione che esso avrebbe provveduto alle esigenze della chiesa. Con atto notarile fu tuttavia concordato che il Mauriziano avrebbe provveduto a concedere un appartamento al Rettore della chiesa, al sacrista ed al chierico di sacrestia, più a fornire ogni anno un contributo di poco più di 4000 lire per le spese connesse con la gestione della basilica..
Fra le tante curiosità è da ricordare che il sacrestano della chiesa, assunto e pagato dall’Arciconfraternita, prendeva il nome di Mazziere, nel corso delle cerimonie di rilievo indossava la Livrea Reale e la cosiddetta piccola livrea nella vita di tutti i giorni. Il 16 novembre del 1900 a seguito della morte del precedente mazziere ne fu assunto un nuovo, il Sig. Giacomo Previali, con il salario annuo di £. 500 più l’alloggio, la concessione della piccola livrea, che sarebbe divenuta di sua proprietà dopo tre anni, e l’uso della Livrea Reale che però restava di proprietà del sodalizio.
Alla fine del 1900 nella sua ultima riunione annuale il Consiglio Amministrativo indirizzò al nuovo sovrano, Vittorio Emanuele III, la richiesta di divenire Confratello d’onore della Confraternita. Il 29 marzo dell’anno dopo il Ministro della Real Casa così scriveva al Canonico D. Battista Elia Presidente di tale Consiglio: “… S.M. a dimostrazione della sua protezione e considerazione verso cotesta nobile Associazione, la cui storia si connette a quella dell’insigne Ordine Cavalleresco, con tutta benignità si è compiaciuta aderire ai voti di cui Vossignoria si renderà riverito interprete,  lieto di attestare per tal guisa anche il suo vivo gradimento per la testimonianza di indefettibile devozione che il Venerabile sodalizio da Vossignoria presieduto ha voluto dare col suo ben accetto desiderio alla Augusta Dinastia Sabauda. …”.
Nel 1908 non essendo più funzionante la campana in uso ne fu acquistata una nuova e di essa si procedette alla benedizione  il 23 novembre di quello stesso anno. Meglio di ogni altra descrizione è quella riportata dal Verbale dell’avvenimento redatto dall’allora Rettore della chiesa, il Canonico Bossatis, che così recita: “L’anno mille novecento otto alli ventitre del mesi di novembre alle ore quindici convennero nella Chiesa della Basilica ed Arciconfraternita dei Santi Maurizio e Lazzaro in Torino Sua Eminenza il Cardinale Agostino Richelmy Arcivescovo di Torino, l’Illustrissimo Signor commendator Avvocato Leopoldo Usseglio Primo Ufficiale e Reggente incaricato la Regia Segreteria del Gran Magistero dell’Ordine Mauriziano, Camerana Conte Avv.o Edoardo Comm.re Capo Divisione al Gran Magistero Mauriziano, Mores Cav. Uff. Filiberto V. Presidente del Consiglio Amministrativo, Bosco di Ruffino Conte Avv.o Vittorio Segretario al Gran Magistero, Bossatis Canonico Cav. Antonino Rettore della R. Basilica, fungente da Segretario ed altri.
Premesso come essendosi resa inservibile la campana della Chiesa coniata nel 1797 per cura di S.M. il Re Carlo Emanuele quarto, la Segreteria del Gran Magistero Mauriziano decretava di sostituirla con un’altra di ugual peso e dimensione e ne affidava l’esecuzione al Sig. Mazzola Giuseppe fabbricante in Torino, il quale accettava l’incarico con promessa di fedelmente eseguirlo prestando all’uopo tutte le richieste garanzie, ed oggi stesso ne faceva la formale consegna.
Dovendosi prima di collocarla al posto assignato addivenire alla solenne benedizione, interpellato in proposito l’Eminentissimo Cardinale Agostino Richelmy Arcivescovo di Torino non solamente aderiva alla benedizione della medesima, ma cortesemente nella sua esimia bontà si compiaceva di compiere egli stesso il sacro rito dando così maggior lustro e solennità alla sacra funzione.
Fungeva da padrino l’Ill.mo Sig. Commendator Avv.o Leopoldo Usseglio Primo Ufficiale e reggente la R. Segreteria del Gran Magistero Mauriziano e da madrina la Nobil Signora Contessa Luisa Camerana nata Boyl di Putifigari. La campana venne segnata colla seguente dedicaReligiosa Militia SS. Mauritii et Lazari et Beata Mariae Virginis nomine cura  - Victorius Emanuel III Rex et Magnus Magister anno 1908. Canonicus Antoninus Bossatis Ecclesiae Rector “.
Terminata la sacra funzione Sua Eminenza degnavasi rivolgere ai convenuti un bene adatto e forbito discorso di circostanza, poscia dopo il canto di un mottetto e del Tantum ergo, veniva da Sua Eminenza impartita solennemente la trina benedizione col SS. Sacramento …”.
Sottoscrisero il verbale, fra gli altri, lo stesso Cardinal Richelmy, l’Avv. Usseglio, la contessa Camerana di Boyl (così firmò), D. Matteo Pasquale, cappellano dell’Ordine Mauriziano, Don Giovanni Pons segretario del cardinale, D. Sebastiano Gaido, D. Michele Pasquale, D. Antonio Peradotto.
Passando a tempi più recenti, non sfugge, entrando in chiesa, sulla sinistra una lapide di marmo nero che ricorda i caduti della I guerra mondiale. Essa fu posta nella Basilica nel 1922 alla presenza del principe di Udine, in rappresentanza del Re, del duca di Pistoia, in rappresentanza della Regina Madre, dell’Arcivescovo di Torino e del Primo segretario dell’Ordine, On. Boselli.
Sempre nel 1922 fu deciso di sospendere l’elezione della Priora, facendo decadere una tradizione plurucentenaria che risaliva alla fondazione delle due confraternite che avevano dato vita a quella allora esistente.
Nel 1926 per decisione unanime del Consiglio fu nominato Confratello d’Onore della Confraternita l’allora Principe di Piemonte, il cui nome, quando dopo il cambiamento istituzionale furono ripresi ad essere pubblicati gli elenchi dei Confratelli, fu epurato come pure quelli delle altre AA.RR.. Nei primi anni Settanta del Novecento furono reinseriti in elenco i Duchi di Genova e di Bergamo, mentre rimase sempre escluso quello di S.M. Umberto II, meno male che la quasi totalità dei membri del Consiglio Amministrativo era costituito da monarchici, resta solo da chiedersi se fu dimenticanza dovuta ad ignoranza o … prudenza, monarchici si ma  meglio non compromettersi.
Decorazione maschileNel 1939 il Consiglio Amministrativo chiese al Cardinale Arcivescovo di Torino ed al 1° segretario dell’Ordine, l’Amm. Tahon de Revel di sostituire, quale segno distintivo della confraternita, l’abito settecentesco con una più semplice placca. L’Arcivescovo dette il suo assenso, non così l’Ordine che, come noto, era divenuto un ente statale perdendo le originarie caratteristiche religiose, le cui insegne venivano concesse dal sovrano per benemerenze guadagnate al servizio dello stato. L’Ordine nel negare il suo consenso ritenne presumibilmente che l’insegna proposta dalla Confraternita fosse troppo simile a quella della decorazione statale e quindi tale da poter ingenerare abusi e confusioni. Solo nel 1968, a seguito del cambiamento istituzionale ed all’abolizione del preesistente Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, il nuovo Ordine Mauriziano autorizzò la sostituzione dell’abito con la placca, con la limitazione di usare l’insegna solo nelle cerimonie all’interno della Basilica. 
La guerra, nel frattempo, a partire dal 1943 aveva portato alla cessazione di fatto delle attività del sodalizio, che riprese nel 1951 con un atto del commissario straordinario dell’Ordine, che, a norma dello statuto, nominò un nuovo Consiglio Amministrativo.
Nel periodo in cui la Confraternita non svolse alcuna attività la chiesa rimase esclusivamente nelle mani di D. Antonio Peradotto, Rettore della Basilica sin dal 1922 che costituiva di fatto la memoria storica sia del sodalizio sia della basilica. La sua morte avvenuta prima della ripresa delle attività incise negativamente sull’Arciconfraternita, su cui pesò anche il fatto che, cambiato lo stile di vita, i Confratelli sempre più presi dalle esigenze del proprio lavoro avevano meno tempo da dedicare sia agli impegni di ordine spirituale sia alla cura della chiesa che fu totalmente trascurata. Si lasciò che di essa se ne occupassero l’Ordine, che peraltro aveva molti altri e pressanti pensieri, e che nel passato si era mosso sempre su imput della Confraternita, e  il Rettore, che spesso aveva altra occupazione principale. Si perse così, sia per la morte di Mons. Peradotto sia per come andarono le cose, la memoria di molte cose e parte del patrimonio dell’ Arciconfraternita, a suo tempo inventariato, andò disperso o riutilizzato altrove dall’Ordine.
Nel 1985 veniva firmato il nuovo concordato fra lo Stato e la Chiesa in base al quale tutte le confraternite erano passate alle dipendenze del Vescovo ove avevano sede ed i loro statuti dovevano essere aggiornati secondo precise disposizioni vescovili. La Confraternita, anche se regolata da uno Statuto del 1898, ritenne di non essere interessata alla cosa, sia perché appartenente all’Ordine Mauriziano sia per la denominazione di Regia. Tale decisione, dovuta ad un interpretazione delle norme di comodo, perché, come risulta dai verbali, nessuno aveva tempo e voglia per affrontare il lavoro di revisione dello statuto e del regolamento, si rilevò del tutto errata, così nel 2002 un Consiglio Amministrativo in gran parte rinnovato si rese conto che, non avendo provveduto a mettersi in regola con le nuove norme di legge, la Confraternita non aveva alcun riconoscimento né ecclesiastico né civile.

Furono quindi svolte le necessarie pratiche e l’Arcivescovo di Torino, il Cardinale Severino Poletto, il 28 febbraio del 2004 approvò il nuovo statuto concedendo contestualmente il riconoscimento canonico al sodalizio, cui a fine di quello stesso anno si aggiungeva quello di personalità giuridica da parte del Ministero dell’Interno.
Di fatto a parte alcuni aspetti non più in linea con i tempi, come l’esclusione dell’elemento femminile da qualsiasi incarico di responsabilità, la cessazione di ogni dipendenza dall’Ordine Mauriziano, i cui rapporti devono essere regolati in modo civilistico in quanto l’Arciconfraternita vive in un immobile di proprietà dell’Ordine, nel nuovo Statuto sono rimasti fermi gli scopi fondamentali dei precedenti ordinamenti: la preghiera a maggior gloria di Dio, la cura della basilica e gli interventi caritativi.
 
                                                                                                       Alberico Lo Faso di Serradifalco

E' disponibile in Basilica il volume "La Basilica Mauriziana. Una chiesa torinese raccontata dai suoi antichi fedeli e frequentatori" di Alberico Lo Faso di Serradifalco, Angelo Scordo, Maria Luisa Reviglio della Veneria, ed. Roberto Chiaromonte.
Prezzo di vendita in libreria di euro 60. Offerta in Basilica per le opere dell'Arciconfraternita di euro 25.